
Voglia di morire. Che fare? Un caso di depressione maggiore
Ho tentato il suicidio.
Sonia, un caso clinico di Disturbo Depressivo Maggiore
La depressione maggiore è una condizione che va ben oltre la tristezza passeggera o i momenti di sconforto. È una malattia che può compromettere profondamente la vita quotidiana, i rapporti familiari e la percezione di sé, fino ad arrivare a pensieri ricorrenti di morte o veri e propri tentativi di suicidio. Riconoscerla e trattarla precocemente è fondamentale per ridurre la sofferenza e prevenire ricadute.
Quando Sonia mi contattò per una prima visita specialistica, la sua situazione era estremamente delicata. Da anni alternava brevi periodi di apparente stabilità a nuove, gravi ricadute depressive. La diagnosi corretta di Disturbo Depressivo Maggiore si rese evidente solo col tempo, ma avrebbe richiesto un intervento farmacologico sin dall’inizio, affiancato al supporto psicologico che già stava ricevendo.
Purtroppo la sua storia non è rara: una diagnosi tardiva o la sottovalutazione della gravità possono prolungare inutilmente la sofferenza e aumentare il rischio di gesti estremi. Una terapia antidepressiva precoce avrebbe probabilmente evitato a Sonia e alla sua famiglia il dolore vissuto dopo il primo tentativo di suicidio.
La crisi e il ricovero
Quando finalmente trovò il coraggio di scrivermi – spinta dai genitori e dalla sorella – Sonia era sull’orlo di una nuova crisi grave. Le sue idee suicidarie erano precise, strutturate, già pianificate nei dettagli. Mi disse chiaramente: “questa volta morirò di sicuro”.
Di fronte a questo rischio concreto, fu necessario un ricovero in casa di cura, in un ambiente protetto. Lì, grazie a cure intensive, Sonia poté spegnere gradualmente l’angoscia di morte che le impediva di trovare motivi per continuare a vivere.
Il percorso terapeutico: farmaci e supporto psicologico
Il trattamento integrato prevedeva:
- Terapia antidepressiva endovenosa, che permise un miglioramento rapido e la stabilizzazione dell’umore.
- Psicoterapia e supporto psico-rieducativo, che le offrirono uno spazio sicuro per esprimere la sua disperazione e iniziare a elaborare nuovi significati per la sua esperienza.
- Coinvolgimento della famiglia, fondamentale per sostenerla nel percorso di cura.
Nel giro di un mese, Sonia riuscì a uscire dal buio profondo in cui era sprofondata. Fu dimessa con una terapia farmacologica stabilizzata e un tono dell’umore ritrovato. Da allora dopo la dimissione seguì un percorso ambulatoriale a cadenza quindicinale e dopo 6 mesi a cadenza mensile nel mio studio.
I progressi e la prevenzione delle ricadute
Oggi Sonia continua la farmacoterapia come profilassi per prevenire nuove ricadute depressive, monitorata con regolarità. Parallelamente porta avanti la psicoterapia con la sua psicologa di fiducia, che l’accompagna nel rafforzare le proprie risorse personali e la capacità di affrontare le difficoltà.
Per la prima volta da anni, Sonia riesce a guardare avanti e ad immaginare un futuro non segnato dal desiderio di morire, ma dalla possibilità di vivere in modo pieno e consapevole.
Considerazioni finali
Questo caso clinico di depressione maggiore evidenzia quanto sia fondamentale una diagnosi tempestiva e un approccio integrato. La sola psicoterapia, nei casi più gravi e recidivanti, non è sufficiente: la farmacoterapia, se ben calibrata e monitorata, può rappresentare un sostegno imprescindibile per spegnere i sintomi più devastanti e permettere al paziente di tornare a vivere.
Il percorso di Sonia dimostra che anche quando la malattia sembra insormontabile e la voglia di morire prevale, con l’aiuto giusto si può uscire dalla spirale depressiva e ritrovare la speranza.
Il materiale qui presentato è ispirato a fatti e personaggi legati all’attività clinica dell’autore che ne ha modificato i dettagli e ogni elemento che permettesse un riconoscimento a tutela e protezione della privacy dei pazienti. In ogni caso quanto riportato, per specificità della casistica esaminata e la non generalizzabilità delle indicazioni, non può in alcun modo considerarsi sostitutivo di una valutazione medica personale.
9 Comments
MI FÀ PIACERE CHE ORA QUESTA DONNA STÀ MEGLIO E CHE I SUOI FAMILIARI LA AIUTANO.IO IN PASSATO HO SOFFERTO DI ESAURIMENTO NERVOSO MA SEGUENDO UNA CURA MI RIPRESI.ORA HO PAURA CHE MI È VENUTA UNA FORTE DEPRESSIONE,NON HO VOGLIA DI VIVERE ANCHE SE NON HO MAI TENTATO E NÉ CI PENSO AL SUICIDIO,IN PRATICA SOFFRO DI IPOCONDRIA,HO PAURA DI ESSERE MALATA E SENTO MOLTI DISTURBI FISICI,A VOLTE MI SENTO MORIRE,HO 51 ANNI,NON SONO SPOSATA E NON HO UN LAVORO,VIVO CON MIA MAMMA CHE È ANZIANA E LEI MI DÀ CORAGGIO PER CARITÀ MA COSA PUÒ FARE?PIANGO SEMPRE OGNI GIORNO,TEMO CHE SE NON FACCIO QUALCOSA ANDRÀ SEMPRE PIÙ PEGGIO,HO PAURA DI MORIRE E ANCHE SE NON HO VOGLIA DI ANDARE AVANTI PERCHÉ VEDO SOLO BUIO NON FAREI MAI GESTI ESTREMI,POTETE DARMI UN CONSIGLIO ANCHE IN PRIVATO?GRAZIE DI CUORE!
Ciao Anna , ho letto il tuo post, come stai?
Le hanno risposto? Ora come va?
Spero vada meglio
dio… io sto di un male cane cane
la persona della mia vita giustamente sta cercando una seconda via
e giovane infinitamente giovane rispetto a me
io sono destinato all’oblio rispetto a lei
non so perche’ ma a volte mi dico “voglio morire” e altre volte mi dico “vorrei vivere per sempre”
io non so cosa fare, ho fatto addirittura un tabella dei pro e dei contro e il risultato e che ci sono piu’ pro, cosa devo fare?
Ho una figlia di 24 anni Cristina che ha gli stessi problemi di Anna. Questo mi produce sconforto, disperazione e impotenza. Non so cosa fare. Aiutatemi!!
Buongiorno Signora
la invito a contattarmi direttamente se avesse necessità di un consiglio o a porre la sua domanda il più dettagliata possibile nel forum
https://psichiatra-a-milano.it/fai-una-domanda/
La ringrazio
Federico Baranzini
Io sono in una situazione in cui la tristezza, se non addirittura la depressione, bussano alla porta in modo sempre più violento e determinato, anche se cerco di farvi fronte. Ma il mio non è un generico male di vivere, ma ha ragioni ben precise, che però, ora come ora, non sono rimediabili. Detto in sintesi: sono sposato da 16 anni e mia moglie da 10 anni, ovvero da quando sono nate le nostre bambine, non vuole più avere rapporti con me. Sostiene che ciò avviene per stanchezza, visto il tanto da fare, e perché la gravidanza le ha causato un’ernia che le impedisce di congiungersi a me. Però: è vero che ha tanto da fare, ma io cerco di aiutarla come posso, solo che sono una persona cieca per cui sotto molti aspetti non posso aiutarla. Quanto all’ernia, perché non cerca di curarla ma se la tiene? E comunque perché non accetta di collaborare con me per capire come risolvere il problema e avere una vita matrimoniale completa, come sarebbe giusto aspettarsi? No, lei ha semplicemente accantonato la questione, espungendola dal nostro ménage. Al che uno potrebbe dirmi: Perché non ti separi? Anzitutto non voglio farlo perché l’amo: la mia vita con lei desidero che continui, non voglio che si concluda, solo che la vorrei in modo diverso da così. Inoltre in questo matrimonio ho messo tutto quello che avevo, in tutti i sensi, per cui non avrei né la forza psicologica né le risorse anche materiali per farmi una nuova vita, quand’anche lo desiderassi. Mi sento quindi messo all’angolo, obbligato a scegliere fra una vita di coppia insoddisfacente o una vita di solitudine, di ristrettezze, di incontri con le mie bambine più o meno rubacchiati, nella delusione di aver puntato tutto sulla carta sbagliata. Il fatto è che di vita ce n’è una sola e l’orologio indietro non si può certo riportarlo per avere una seconda possibilità. Dunque, che fare? L’idea del suicidio mi ha spesse volte sfiorato, ma fin qui son riuscito a combatterla, sia per senso di responsabilità verso chi mi circonda, sia perché la vita, in fin dei conti, non va buttata via così, sia perché ho paura che la cosa non vada a buon fine e potrei aggiungere problema a problema, ritrovandomi ancor vivo e con gravi complicazioni conseguenti al mio gesto sconsiderato. Che fare dunque? davvero non lo so.
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Federico Baranzini
Psichiatra e Psicoterapeuta, Dottorato in Psicofarmacologia Clinica, mi occupo di disagio emotivo e mentale negli adulti e negli anziani presso il mio studio di Milano.
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