Avete consigli per un familiare che non riesce a mantenere un lavoro dopo un trauma?
Buongiorno, non so se sia il posto giusto per chiederlo. Avrei bisogno di un parere/consiglio su come agire nella situazione che le sto per descrivere.
La situazione riguarda mio padre (viviamo nella stessa casa insieme a mia mamma). Mio padre ha vari problemi alla schiena, ma 6 anni fa circa ha subito un evento devastante, salvo per miracolo: un’emorragia nella testa. Da quel momento in poi ha continuato a cambiare lavoro, praticamente ogni mese, o addirittura 2 lavori al mese, per dimissioni volontarie.
In seguito è successo che ha avuto un periodo di depressione, in quanto non riusciva a trovare lavoro, tanto che un giorno, in stato di agitazione, è stato ricoverato in psichiatria. Gli è stato consigliato (dai medici) di andare dalla sua famiglia di origine per “rilassarsi e riprendersi”. Una volta tornato, ha incominciato a lavorare, ma dopo poco (entro 1 mese circa) ha nuovamente dato le dimissioni volontarie, ed è così fino a oggigiorno.
A casa sta praticamente sempre con le cuffie, ascoltando a volume relativamente alto la musica, e con gli amici non ci esce mai. Parlarci sul tema lavoro è impossibile, in quanto inveisce ed è scontroso. Quando è arrabbiato, sbatte le porte di casa.
All’inizio, quando ha avuto l’emorragia, non ha voluto intraprendere un percorso psicologico. Il problema è che non riesce a stare in un lavoro per più di 2 mesi, in quanto dice che è troppo pesante per lui, o che non si trova con i colleghi, o che è troppo lontano da casa.
A casa, quando non è arrabbiato, aiuta con le faccende (quindi tutto normale), ma il problema sussiste quando sta lasciando un lavoro.
Ho cercato di spiegare al meglio tutto.
Gentile Emanuele,
la ringrazio per aver condiviso una situazione così complessa e dolorosa.
Provo a offrire una lettura che possa aiutare a inquadrare ciò che sta accadendo a suo padre, tenendo conto che, purtroppo, non sempre le risposte sono immediate o lineari.
Quando una persona subisce un evento traumatico come un’emorragia cerebrale, le conseguenze non si limitano al piano fisico. Spesso, soprattutto in casi come quello di suo padre, si instaura un disturbo psico-organico acquisito: una condizione in cui il danno biologico (l’emorragia, appunto) e le sue ripercussioni psicologiche si intrecciano, creando un circolo vizioso difficile da spezzare.
In questi casi, il cervello può subire alterazioni che influenzano non solo le capacità motorie o cognitive, ma anche la sfera emotiva e relazionale. Suo padre potrebbe, ad esempio, faticare a mantenere l’attenzione, a tollerare lo stress o a gestire le emozioni in modo equilibrato. Questo spiegherebbe perché, anche a distanza di anni, i lavori gli sembrano “troppo pesanti” o perché non riesce a trovare un equilibrio con i colleghi: non è solo una questione di volontà, ma di risorse interne che, al momento, non riescono a compensare le difficoltà.
A questo si aggiunge il disadattamento secondario, cioè quel meccanismo per cui, non riuscendo a far fronte alle richieste dell’ambiente (in questo caso, il mondo del lavoro), suo padre ha sviluppato strategie di evitamento: le dimissioni frequenti, l’isolamento, l’uso delle cuffie per “spegnere” il mondo esterno. Sono comportamenti che, in un certo senso, lo proteggono dal dolore di sentirsi inadeguato, ma che, allo stesso tempo, lo tengono intrappolato in una condizione di stagnazione. La depressione, poi, ha fatto il resto: ha amplificato il senso di impotenza, ha reso ancora più difficile la ricerca di soluzioni e ha alimentato quel circolo vizioso in cui la paura di non farcela porta a non provare nemmeno.
Non va sottovalutato neanche l’impatto del ricovero in psichiatria. Per molte persone, un’esperienza del genere può essere umiliante o traumatizzante, e può portare a rifiutare qualsiasi forma di aiuto psicologico per timore di essere etichettati o giudicati. Suo padre potrebbe aver vissuto quel ricovero come un fallimento, e ora, ogni volta che si trova di fronte a una sfida (come un nuovo lavoro), il timore di rivivere quella sofferenza lo spinge a retreatarsi.
In tutto questo, la mancanza di risorse — sia interne (come la resilienza o la capacità di adattamento) che esterne (come un supporto familiare o professionale adeguato) — gioca un ruolo fondamentale. Suo padre, in questo momento, sembra non avere gli strumenti per reagire, e questo lo rende ancora più vulnerabile.
Cosa si potrebbe fare?
Non è semplice, ma forse iniziare a lavorare su piccoli obiettivi potrebbe aiutare. Ad esempio, invece di concentrarsi subito sul lavoro, si potrebbe provare a reintroduurre nella sua vita attività strutturate ma non troppo esigenti, che gli diano un senso di competenza e routine.
Allo stesso tempo, sarebbe importante valutare se ci sono deficit cognitivi che, se individuati, potrebbero essere affrontati con strategie specifiche.
Le domande che mi vengono in mente sono: lei ha mai provato a parlarne con qualcuno che non sia un familiare?
A volte, un punto di vista esterno, come quello di un terapeuta o di un gruppo di supporto, può aprire nuove prospettive. Oppure, ha notato se ci sono momenti o situazioni in cui suo padre sembra stare un po’ meglio? Potrebbe essere un indizio su cosa lo fa sentire più sereno o in controllo.
Vi auguro il meglio perchè possiate ritrovare un equilibiro e una serenità.
Cordiali saluti
Federico Baranzini
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