DOC: Farmaci si o no?

DOC: Farmaci si o no?

Francesco asked 1 mese ago

Buongiorno dottore,

Le scrivo per avere una sua opinione in merito alla mia situazione.

Cerco di essere breve. Ho 45 anni e nel 2007 ho avuto un forma acuta di DOC sul tema omosessualità. Ho iniziato una psicoterapia che ancora porto avanti, la quale mi ha aiutato a riprendermi e a fare i passi importanti della mia vita. Oggi sono sposato, ho due figli e sono riuscito anche a laurearmi lo scorso anno.

Come le dicevo sono sicuramente migliorato, tuttavia ho ancora la sensazione che ci sia qualcosa che non vada. Mi sono rimasti degli strascichi che vorrei scrollarmi di dosso, tipo sentirmi sempre controllato e di controllare, sentirmi prendere male se noto un bel viso o un bel fisico (non sempre, a seconda dello stato d\’animo contingente che può essere più o meno ansioso). A volte sembra una piccolo pizzicotto che attribuisco con consapevolezza al problema; altre la vivo peggio se sono per motivi vari più stressato.

Il mio psicologo non mi h mai incoraggiato a prendere farmaci anzi, ha detto che sono cresciuto molto e potrei farcela da solo. Tuttavia vorrei provare la sensazione di sentirmi libero e non dover sempre gestire, tanto che un pajo di mesi fa  avevo preso un\’appuntamento per una visita psichiatrica.

Il primo mese, per una sorta di effetto placebo, mi sono sentito tranquillissimo, tollerando perfettamente tutto ciò che passava di indesiderato (episodi che tra l\’altro si erano ridotti di molto proprio a in virtù di questa maggiore tranquillità) perchè sapevo che a breve sarebbero arrivati i rinforzi, che avrebbero fatto il lavoro che io non riesco a fare per compiere l\’ultimo scalino.

Tuttavia con l’avvicinarsi della visità mi sono spaventato degli effetti collaterali, mi sono concentrato su quelli ed ho disdetto. Ovviamente ciò non mi ha fatto benissimo mentalmente e l’effetto placebo della visita imminente è svanito.
Posso dirle che non credo di essere depresso, dormo bene, mi piace ridere e scherzare con le persone, tuttavia mi porto dietro questa sensazione che devo risolvere qualcosa che non mi fa sentire libero e a volte mi crea brutti scherzi.

Che mi consiglia?

Grazie

1 Answers
dr Federico Baranzini Staff answered 1 mese ago

Gentile Francesco,

la ringrazio molto per aver scritto e per aver condiviso una storia così articolata e personale. Il suo contributo è particolarmente prezioso perché racconta un percorso lungo, faticoso ma anche ricco di conquiste, e permette di affrontare un tema che molti vivono in silenzio.

Se ho ben compreso, lei ha attraversato nel 2007 una fase acuta di DOC a tema omosessuale, che ha richiesto un lavoro psicoterapeutico importante e duraturo. Nel tempo è riuscito a costruire una vita piena e significativa, con una famiglia, una stabilità affettiva e risultati personali importanti, come la laurea. Oggi però avverte che, pur non essendo più prigioniero del disturbo come un tempo, permangono degli strascichi, una sorta di vigilanza interna, di controllo costante dei pensieri e delle reazioni emotive, che nei momenti di stress si riaccendono e le fanno sentire di non essere del tutto libero.

Quello che descrive è molto coerente con ciò che vedo spesso in persone che hanno avuto un DOC significativo e lo hanno affrontato con successo. Il disturbo può perdere la sua forma più rumorosa e invalidante, ma lasciare una sorta di “traccia”, un’abitudine mentale al controllo, alla verifica, al monitoraggio di sé. Non è una ricaduta vera e propria, ma nemmeno una completa estinzione del meccanismo ossessivo. Lei lo descrive molto bene quando parla di quel “pizzicotto” che a volte riesce a gestire con consapevolezza e altre volte pesa di più.

Trovo molto interessante e clinicamente significativo ciò che racconta sull’effetto placebo legato alla visita psichiatrica. Il solo sapere che “stava per arrivare un aiuto esterno” le ha permesso di abbassare il livello di allarme, di tollerare meglio i pensieri intrusivi e, di conseguenza, di ridurne l’impatto. Questo ci dice una cosa importante: il suo sistema mentale è già in grado di funzionare in modo più libero quando l’ansia di dover “fare tutto da solo” si riduce.

La sua paura dei farmaci, degli effetti collaterali e del significato simbolico che essi possono avere è altrettanto comprensibile. In molti pazienti con una storia di DOC, l’idea del farmaco viene vissuta come una resa o come la prova che “non ce l’ho fatta fino in fondo”. In realtà, dal punto di vista clinico, i farmaci non sono una scorciatoia né una sconfitta, ma uno strumento che, in alcuni momenti del percorso, può aiutare a sciogliere quei residui sintomatici che la sola psicoterapia fatica a smussare.

Lei chiede se i farmaci sì o no, e la risposta più onesta è che non esiste un sì o un no valido per tutti. Nel suo caso, non emergono elementi di depressione maggiore e lei stesso sottolinea di avere una buona vitalità, un sonno adeguato e piacere nelle relazioni. Questo è un dato molto positivo. Tuttavia, il fatto che lei senta di dover ancora “gestire” costantemente qualcosa indica che il lavoro non è del tutto concluso, e che forse l’ultimo tratto del percorso richiede un aiuto diverso.

Nella mia esperienza clinica, ho seguito diversi pazienti con una storia molto simile alla sua. In alcuni casi, un supporto farmacologico mirato e temporaneo, condiviso e ben spiegato, ha permesso di ridurre quella rigidità di fondo, facilitando un ulteriore passo avanti anche in psicoterapia. In altri casi, invece, il lavoro si è concentrato proprio sull’accettazione di una quota residua di vulnerabilità, senza la pretesa di una libertà “totale”, che spesso è un ideale più ossessivo di quanto sembri.

Il mio suggerimento è di non vivere la scelta come un aut aut. Potrebbe essere utile concedersi una valutazione psichiatrica non con l’obiettivo di “dover prendere farmaci”, ma di confrontarsi serenamente su pro e contro, tempi, dosaggi e finalità, mantenendo il controllo delle decisioni. Questo, di per sé, può già ridurre l’ansia e restituirle quella sensazione di sostegno che aveva sperimentato prima della visita.

Naturalmente non posso formulare indicazioni prescrittive né diagnosi formali a distanza, ma posso dirle che il suo percorso è tutt’altro che fallimentare. Anzi, dimostra una grande capacità di riflessione, di tenuta e di crescita. A volte l’ultimo scalino non è eliminare del tutto il sintomo, ma smettere di misurare continuamente se c’è ancora o no.

Spero di essere stato di qualche aiuto e di averle offerto uno sguardo un po’ più ampio sulla sua situazione. Le auguro di poter trovare una soluzione che la faccia sentire più leggero, qualunque essa sia, e la invito a continuare a seguire il forum e a scrivere se ne sentirà il bisogno.

Cordiali saluti,

Federico Baranzini