Come sospendere Efexor (venlafaxina) senza sintomi da astinenza debilitanti?
Buongiorno Dottore,
Le scrivo perché voglio raccontarle brevemente la mia storia.
Sono una ragazza di 33 anni e da settembre 2009 sono in cura con Efexor, prescrittomi da una psichiatra dopo svariati attacchi di panico e di ansia. All’epoca, presi per una settimana Efexor 37,5, per poi aumentare a quello da 75. Dopo un paio di mesi, la psichiatra ritenne di farmi smettere l’assunzione e scalai per una settimana con quello da 37,5 per poi terminare l’assunzione totalmente.
Ebbi degli effetti collaterali devastanti (ansia fortissima, inappetenza) e mi disse di continuare a prendere quello da 37,5, cosa che feci per anni. Nel frattempo, nel gennaio 2010 cominciai anche un percorso di psicoterapia, durato poi 5 anni, che mi permise di affrontare una serie di questioni irrisolte e grazie al quale ho fatto passi da gigante anche nella gestione dell’ansia. Verso la fine del percorso (giugno 2015), ritenni di provare a sospendere nuovamente Efexor e mi recai di nuovo dalla psichiatra per poterlo fare con metodo e lei mi disse di passare alle gocce per scalare con più facilità, ma mi diminuì la dose fino alla totale assenza, nel giro di una settimana e ebbi nuovamente dei sintomi da sospensione fortissimi che mi costrinsero a riassumere il farmaco.
Due anni fa ho ricominciato un percorso di terapia cognitivo-comportamentale e parallelamente volevo smettere di assumere Efexor, ma visto che, consultandomi con diversi psichiatri, l’unica soluzione da loro paventata era quella di diminuire il dosaggio per una settimana e poi smettere, facendomi ricadere in un tunnel di sintomi non indifferente, ho pensato di fare di testa mia e ho cominciato ad assumerlo prima a giorni alterni, poi una volta ogni due giorni, poi ogni tre, tutto questo nel giro di due anni, sostando mesi su ogni tassello.
Adesso sono arrivata ad assumerlo una volta ogni cinque giorni, ma passati i primi tre giorni, a partire dal quarto, ho dei sintomi da sospensione che non mi fanno trascorrere bene la giornata: nausea, che a volte sfocia nel vomito, soprattutto appena sveglia e durante i pasti, inappetenza,
malessere generale, come se dovesse venirmi l’influenza, apatia e nell’arco della giornata ho degli alti e bassi umorali che mi destabilizzano, tutto ciò fino alla dose successiva di Efexor, perché appena lo assumo, torna tutto normale.
Leggendo anche i suoi articoli, mi sono resa conto che ovviamente il mio metodo non é ideale, perché questo “togli-metti” crea solo più confusione al mio corpo che non riesce a reggere l’assenza del farmaco.
Mi chiedo allora come posso fare per terminare definitivamente l’assunzione senza sintomi da sospensione debilitanti? Può essere utile aprire le capsule e diminuirne il contenuto di volta in volta, in modo da assumerlo sempre, ma sempre meno, in maniera tale che il cervello si abitui a una dose sempre minore?
Grazie anticipatamente.
Buongiorno Mara,
la ringrazio per aver raccontato in modo così chiaro il suo lungo percorso con Efexor (venlafaxina) e le difficoltà incontrate nei tentativi di sospensione. Il fatto che lei abbia riconosciuto come il metodo “a giorni alterni” le provochi una sorta di montagne russe farmacologiche è già un passo importante.
Se ho ben compreso, lei assume Efexor 37,5 mg da molti anni e ha provato più volte a sospenderlo, ma con riduzioni rapide o interruzioni brusche ha sviluppato sintomi da astinenza intensi: nausea, malessere simile a uno stato influenzale, alterazioni dell’umore, apatia e peggioramento dell’ansia. Negli ultimi due anni ha tentato una riduzione molto lenta ma con intervalli sempre più lunghi tra una dose e l’altra, arrivando a una somministrazione ogni cinque giorni. Tuttavia, dal quarto giorno compaiono i sintomi da sospensione, che si attenuano appena assume la dose successiva.
Nella mia esperienza, la venlafaxina è uno degli antidepressivi con il tasso più alto di sintomi da sospensione, per via della sua emivita breve (circa 5 ore per la molecola madre, poco più lunga per il metabolita attivo). Questo significa che già entro 24 ore i livelli plasmatici calano sensibilmente, e il cervello avverte rapidamente la mancanza del farmaco. Per questo motivo la strategia del “saltare giorni” tende a creare picchi e cadute brusche, con conseguente instabilità e riacutizzazione dei sintomi.
In casi simili, in studio adotto spesso un approccio di riduzione graduale continua mantenendo la somministrazione giornaliera, ma abbassando il dosaggio in maniera quasi impercettibile, con passaggi molto piccoli e intervalli lunghi tra un passaggio e l’altro (anche settimane).
Una possibilità che talvolta prendo in considerazione è il passaggio alla formulazione in soluzione di venlafaxina, che consente riduzioni molto graduali e precise del dosaggio.
In alternativa, in pazienti particolarmente sensibili ai sintomi da sospensione, valuto anche l’introduzione “in copertura” di fluoxetina, un SSRI a lunga emivita, con lo scopo di stabilizzare il sistema nervoso centrale durante la sospensione della venlafaxina e sfruttare la sua farmacocinetica più regolare per arrivare gradualmente a zero. Non è una strategia indicata in ogni caso, ma può risultare utile in contesti selezionati.
Nel suo caso, per sospendere definitivamente Efexor riducendo al minimo i disagi, alcune opzioni che potrebbe discutere con il suo medico sono:
– ripristinare l’assunzione quotidiana di una dose stabile (anche minima) per eliminare l’effetto “picco-calo”;
– procedere con riduzioni micro-dosate mantenendo la somministrazione giornaliera;
– monitorare attentamente i sintomi e non forzare i tempi: in pazienti che lo assumono da molti anni, un tapering può durare anche diversi mesi.
In un caso molto simile al suo, una mia paziente che prendeva Efexor da oltre dieci anni è riuscita a sospenderlo senza ricadute proprio con questa strategia: riduzione settimanale di pochi mg alla volta, mantenendo l’assunzione quotidiana e con il supporto di tecniche di gestione dell’ansia imparate in terapia.
Credo che la sua sensibilità ai cambiamenti di dose richieda un approccio ancora più delicato e personalizzato di quanto finora le sia stato proposto. La chiave sarà evitare oscillazioni e dare al cervello il tempo di adattarsi a ogni minimo passo.
Mi auguro che queste informazioni possano esserle utili per discutere con il suo medico una strategia più dolce e tollerabile, così da arrivare all’obiettivo senza attraversare sintomi debilitanti.
Cordiali saluti,
Federico Baranzini
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