Ho smesso di parlare
Gentile dottore,
sono Lucia ragazza di 34 anni che in seguito ad alcuni eventi stressanti (lavoro e nuova vita di coppia) si e’ totalmente stoppata nel dialogo con chiunque.
Come posso fare?
La ringrazio e le auguro buona serata
Gentile Lucia,
la ringrazio per aver scritto e per aver condiviso una difficoltà così intima e delicata. Capisco quanto non sia semplice portare all’esterno una sofferenza che, per sua natura, si esprime proprio attraverso il silenzio.
Quello che descrive non è così raro come può sembrare. In alcune persone, quando lo stress supera una certa soglia, la mente può reagire non con l’agitazione o l’ansia manifesta, ma con una forma di arresto, di ritiro. Il silenzio diventa allora una risposta difensiva, non scelta consapevolmente, ma messa in atto dall’organismo per proteggersi da un sovraccarico emotivo percepito come ingestibile. Nella mia esperienza clinica ho seguito qualche paziente che, in momenti di cambiamento importante o di forte pressione, ha sviluppato sintomi simili, talvolta accompagnati da senso di vuoto, stanchezza mentale o difficoltà a sentire le emozioni.
È importante chiarire che smettere di parlare non significa “non avere nulla da dire”, ma spesso il contrario. Può voler dire che c’è troppo da dire, troppo da sentire, e che in quel momento la parola non riesce più a fare da ponte tra il mondo interno e quello esterno. In questi casi, forzarsi a parlare o sentirsi in colpa per il silenzio rischia solo di aumentare la tensione.
Lei chiede come fare. Il primo passo, a mio avviso, è non interpretare questo blocco come un difetto o una mancanza di volontà. Può essere utile chiedersi, magari con l’aiuto di un terapeuta, cosa stava accadendo dentro di lei in quel periodo e quali aspettative, pressioni o paure si sono accumulate. Un percorso psicoterapeutico può offrire uno spazio protetto in cui non è necessario “parlare bene” o parlare subito, ma in cui il silenzio stesso può essere accolto e compreso. In diversi casi simili al suo, ricordo che proprio il rispetto dei tempi del paziente ha permesso, gradualmente, il ritorno della parola.
Se il blocco persiste da tempo o si associa ad altri sintomi come ansia, umore depresso, somatizzazioni o difficoltà nel funzionamento quotidiano, potrebbe essere utile anche una valutazione clinica più ampia. Questo non implica automaticamente una diagnosi o una terapia farmacologica, ma serve a inquadrare meglio il quadro e a scegliere l’intervento più adeguato. Come sempre, non posso formulare diagnosi a distanza, ma solo offrire ipotesi interpretative e spunti di riflessione.
Mi viene in mente una paziente che, dopo un cambio lavorativo e una convivenza iniziata in fretta, aveva progressivamente smesso di esprimersi, sentendosi “svuotata”. Nel suo caso, lavorare sul riconoscimento dei propri limiti e sul diritto di non dover sempre rispondere alle aspettative altrui è stato un passaggio fondamentale per ritrovare la voce, prima dentro di sé e poi nelle relazioni.
Spero di averle dato qualche elemento utile e, soprattutto, di averle trasmesso che ciò che le sta accadendo è comprensibile e affrontabile. Le auguro di poter trovare uno spazio in cui sentirsi ascoltata senza fretta e di ritrovare, con gradualità, un modo più sereno di stare in contatto con gli altri e con se stessa. Se vorrà, questo forum resta uno spazio aperto per ulteriori riflessioni.
Cordiali saluti,
Federico Baranzini
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