Ricaduta nell’uso di cocaina del mio compagno: cosa fare?

Ricaduta nell’uso di cocaina del mio compagno: cosa fare?

Forum Domande & RisposteCategoria: Dipendenze PatologicheRicaduta nell’uso di cocaina del mio compagno: cosa fare?
Giulia asked 2 mesi ago

Salve dottore,

ho in casa un compagno che faceva uso di cocaina prima che ci conoscessimo. Disgraziatamente, ho scoperto che è ricaduto in questa trappola nell'ultimo periodo. Dovuto al suo profondo cambiamento suppongo che ne abbia fatto uso negli ultimi 2 anni ma a me lo ha nascosto e, comunque, tende a minimizzare sul suo problema.

Non vuole sottoporsi a terapie di nessun tipo in quanto sostiene di non soffrire di dipendenza estrema (un mese fa poteva arrivare a farne uso 3 volte a settimana insieme ad uso di alcolici).

Siamo arrivati alle porte della separazione ma poi non sono stata capace di lasciarlo andare perché non voglio lasciare che si perda di nuovo nel profondo di questo abisso completamente abbandonato a sé stesso visto che non ha una salda famiglia di origine ma solo la famiglia che abbiamo formato assieme.

Purtroppo però, dopo 3 settimane di astinenza, ieri ha consumato di nuovo.

Mi chiedo se sia il caso di avere qualche speranza o se sia meglio lasciarlo andare in quanto non prende coscienza fino in fondo del problema che ha e continua a mentirmi sotto questo aspetto.

Quando ne voglio parlare si infuria e mi dice che non vuole vivere con un'investigatrice privata, giurando e spergiurando che non consuma più. Sono molto preoccupata per lui e per la nostra famiglia.

Dalla mia parte, cosa posso fare?

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1 Risposte
dr Federico Baranzini Staff answered 2 mesi ago
Gentile Giulia, la ringrazio per il suo contributo e sappia che comprendo molto bene il dramma che sta vivendo: nella mia pratica clinica mi è capitato tante volte di ascoltare le sue parole pronunciate da una compagna, moglie, madre... Spesso situazioni esasperatesi negli anni nel tentativo di preservare il quieto vivere (presunto) di tutti i membri della famiglia, senza accorgersi che in realtà di stava solo alimentando una voragine (esistenziale del paziente e relazionale, dei familiari). Il problema più importante, in quanto preliminare a ogni successivo passo verso una cura, è proprio -come ben descritto da lei- quello del riconoscimento di avere un problema e quindi quello della necessità di un aiuto. Ciò passa necessariamente dall'accettazione di dover chiedere aiuto (ai familiari e attraverso di essi ai professionisti di questo campo) lasciando da parte ogni aspetto di amor proprio e orgoglio. Se il paziente non inizia maturare dentro di sé un minimo di critica rispetto al proprio problema, non sarà possibile aiutarlo, o meglio, nessuno sarà in grado di potare un aiuto efficace perchè verrà sistematicamente invalidato o ignorato. E come si fa, si chiederà, a far crescere questo atteggiamento di consapevolezza? Non è facile, ovviamente. Ma molto può essere fatto da chi ha con il paziente un rapporto significativo: la famiglia, una moglie, fidanzata ecc.. La cocaina non è l'eroina e non produce la stessa dipendenza fisica responsabile di quelle situazioni così desolanti e socialmente stigmatizzate tipiche del secolo scorso, ma non di meno tristemente produce, come lei sa bene, dipendenza psicologica molto profonda tanto che il paziente nonostante cerchi di sottrarsi finisce per ricaderci anche a distanza di tempo. La dipendenza da sostanze è una malattia cronica recidivante che invalida la capacità di critica e autodeterminazione del soggetto e proprio per la sua complessità, richiede un approccio multidisciplinare e "a rete", spesso coinvolgendo i familiari o amici più stretti. Solo attraverso un lavoro di rete, a più livelli, si puà portare la persona a sviluppare progressivamente un minimo di critica e quindi ad avviare con lui un lavoro psicoeducativo su base comportamentale che, all'inizio almeno, sarà unicamente teso al mantenimento della astinenza. Disabituare il cervello alla sostanza e alla gratificazione, almeno all'inizio attesa poi nel tempo persa, non è semplice e nemmeno immediato ma non impossibile.
Il primo passo quindi è farsi aiutare e non pensare di poter fare tutto da soli, questo non è possibile! Può rivolgersi -come parte coinvolta in prima linea (e, aggiungo, parte "offesa") - ad un collega esperto in questo campo per iniziare a essere aiutata a capire meglio la malattia e il comportamento del soggetto cocainomane, ma anche a lavorare su quella quota di ambivalenza che fino ad oggi le ha impedito di pensare prima a sé che a lui.
Ricordi che il pensiero nasce "in assenza", e a volte per aiutare qualcuno a cui teniamo ad iniziare a "pensare" si deve fare un passo in dietro, seppur in un contesto di pronta disponibilità nel caso in cui ci siano segnali di un ravvedimento collaborativo da parte dell'interessato. Spero riesca a trovare le forze per aiutare il suo compagno, Un cordiale saluto Federico Baranzini

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