Anestesia sbagliata e poi è diventato bipolare
Salve dottore ho già letto una sua risposta sul altro sito.
Adesso vorrei spiegarle meglio tutta la situazione.
Ho conosciuto il mio ragazzo questa estate e non ha mai presentato segni di bipolarità , come lei diceva poteva essere un fattore di stress perché i suoi genitori non vanno molto d’accordo e sua mamma è depressa e lo condiziona molto e suo papà non è stato e non è molto presente.
Comunque come dicevo gli hanno diagnosticato il bipolarismo perché secondo il suo dottore era colpa dell’ anestesista perché gli avevano toccato un nervo della schiena che collega il sistema nervoso.
Poi per un periodo era rientrato ma poi ha avuto una ricaduta (che non era prevista) e lo hanno poi ricoverato lo hanno riempito di pasticche.
Nessuno mi ha spiegato nulla riguardo e io vorrei saperne di più anche perché non so come comportarmi perché ho paura che possa anche essere violento così ultimamente ho preso le distanze,però quando tornerà dell’ ospedale come mi dovrò comportare?
Io ci tengo però ultimamente sento che mi si è spento qualcosa riguardo la nostra relazione.
Gentile Irene Anna,
la ringrazio per aver scritto e per aver approfondito la situazione. Comprendo bene quanto ciò che sta vivendo possa essere confusivo, angoscioso e anche emotivamente destabilizzante, soprattutto quando mancano spiegazioni chiare da parte dei medici e ci si trova coinvolti affettivamente in una situazione così complessa. Mi scuso se rispondo solo ora, purtroppo non sempre riesco a intervenire con la tempestività che vorrei.
Se ho ben compreso, il suo ragazzo non aveva mai mostrato in precedenza manifestazioni riconducibili a un disturbo bipolare, almeno per quanto lei ha potuto osservare nella fase iniziale della relazione. Successivamente, dopo un intervento con anestesia, sarebbe comparsa una sintomatologia importante, interpretata dal curante come bipolarità, con una spiegazione che lei riferisce come legata a un presunto “nervo della schiena” e a un coinvolgimento del sistema nervoso. Dopo una fase di apparente miglioramento, vi è stata una ricaduta, con conseguente ricovero e una terapia farmacologica intensa, vissuta da lei come poco spiegata e imposta. In questo contesto lei oggi prova paura, soprattutto rispetto a una possibile aggressività, e allo stesso tempo avverte che qualcosa sul piano affettivo si è incrinato.
Vorrei innanzitutto essere molto chiaro su un punto, perché è fondamentale. Un’anestesia, anche se mal tollerata o complicata, non causa un disturbo bipolare. Il disturbo bipolare è una condizione psichiatrica complessa, multifattoriale, in cui entrano in gioco vulnerabilità biologiche, fattori genetici, storia familiare, stress ambientali ed eventi di vita significativi. È vero che uno stress intenso, un intervento medico, una degenza o una condizione fisica acuta possono slatentizzare o far emergere un disturbo che era già presente in forma silente, ma attribuire la causa a un “nervo toccato” non è una spiegazione scientificamente corretta. Capisco quanto questo tipo di narrazione possa aumentare la sua confusione e la sfiducia.
Da ciò che descrive, è possibile che il suo compagno abbia presentato un episodio dell’umore significativo, forse con elementi di eccitamento, disorganizzazione, alterazioni del sonno, o altri sintomi che hanno portato i medici a formulare un’ipotesi diagnostica e a intervenire con un ricovero. Tuttavia, da qui a parlare con certezza di disturbo bipolare stabile ce ne corre, e senza una valutazione diretta e longitudinale non è possibile trarre conclusioni definitive. Come sempre, non posso formulare diagnosi, ma offrirle una lettura più prudente e realistica.
Vengo ora alla sua paura più comprensibile, quella della violenza. Il disturbo bipolare non rende automaticamente una persona violenta. La stragrande maggioranza dei pazienti bipolari non è aggressiva. Il rischio può aumentare solo in fasi acute non curate, in presenza di abuso di sostanze o di gravi stati di agitazione. Il fatto che ora sia ricoverato indica che i medici stanno cercando di stabilizzare il quadro, e questo va nella direzione della sicurezza, anche relazionale.
Quando lui tornerà dall’ospedale, il modo di comportarsi non dovrebbe essere guidato solo dal senso di dovere o dalla paura, ma anche dall’ascolto di sé. È legittimo che lei abbia preso le distanze se si è sentita spaventata o sopraffatta. In casi simili, che ho seguito nella mia pratica, ho visto partner logorarsi profondamente nel tentativo di “reggere tutto”, finendo poi per spegnersi emotivamente, proprio come lei descrive. Questo spegnimento non è egoismo, ma un segnale di autoprotezione psichica.
Potrebbe essere utile, se e quando lui sarà più stabile, chiarire con i medici curanti quale sia il progetto di cura e quale ruolo realistico lei possa avere, senza caricarsi di responsabilità che non le competono. Lei non è una terapeuta né una salvatrice. In alcuni casi ho suggerito ai partner di intraprendere un percorso di sostegno personale, non perché “non reggono”, ma perché hanno bisogno di uno spazio in cui pensare liberamente a cosa desiderano e a cosa possono davvero offrire.
Infine, rispetto al sentimento che “si è spento qualcosa”, è importante non forzarsi a provare ciò che oggi non sente. Le relazioni possono essere messe duramente alla prova dalla malattia, soprattutto quando arriva all’improvviso e in modo traumatico. Non c’è una risposta giusta o sbagliata, c’è solo la necessità di rispettare i propri limiti emotivi.
Spero di averle fornito qualche elemento di chiarezza e di sollievo. Le auguro di riuscire a tutelare se stessa mentre cerca di comprendere cosa sia possibile, e cosa no, in questa relazione. Rimango volentieri a disposizione se vorrà tornare a scrivere.
Cordiali saluti,
Federico Baranzini
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