Sertralina o paroxetina per DAP e Depressione?

Sertralina o paroxetina per DAP e Depressione?

Susanna asked 10 mesi ago

Buonasera,
per diagnosi di depressione e DAP nel 2020 ho iniziato cura con DAPAROX.

Ho iniziato con poche gocce incrementate di una per volta per arrivare ai 20 mg in circa due mesi; i primi periodi sono stati molto complicati con aumento di  sintomatologia ansiosa con vertigini, tremori e debolezza diffusa; al dosaggio di 20 mg, dopo quasi tre mesi dalla prima somministrazione, ho avuto beneficio ed ho proseguito la cura per 2 anni alla fine dei quali la psichiatra ha ritenuto potessi iniziare a scalarlo in quanto secondo lei guarita; come da indicazioni è stato scalato per rimanere a 5 gocce per quasi un altro anno, per il semplice motivo che psicologicamente mi sentivo più tranquilla; alla sospensione totale ho iniziato ad avere nuovamente somatizzazioni di ansia (capogiri soprattutto) e la situazione è andata sempre peggiorando.

Ho iniziato un percorso di psicoterapia e dopo qualche mese la psicoterapeuta mi indirizza da un suo collaboratore, medico psichiatra, il quale mi dà diagnosi di overthinking da depressione e mi prescrive Sertralina.

Mi domando se sia meglio ricominciare con Daparox oppure iniziare con la nuova molecola;

Entrambi gli psichiatri, sia il precedente che l’attuale, insistono ognuno sulla loro molecola ed io non so a chi dare ascolto.

Con paroxetina i primi mesi sono stati complicati ma a detta dell’ultimo medico la causa è stata l’aver aumentato il dosaggio troppo lentamente e lei dice ora di iniziare Sertralina 25mg per 7 giorni per poi salire subito a 50mg.

Io sono terrorizzata dagli effetti collaterali e la differenza di prescrizione dei due professionisti, entrambi molto validi e competenti, mi ha mandato ulteriormente in crisi non sapendo a chi debba dare ascolto.

Mi domando inoltre perché quando ho sospeso daparox, nonostante la diagnosi fosse stata di guarigione, io abbia avuto una ricaduta praticamente immediata.

Grazie se avrà voglia di rispondermi e dare il suo parere in merito.

2 Answers
dr Federico Baranzini Staff answered 9 mesi ago

Buonasera Susanna,

la ringrazio davvero per aver scritto qui e per aver condiviso con tanta precisione e sincerità il suo percorso. Ha fatto uno sforzo importante per spiegare i passaggi della sua storia clinica. È un’esperienza molto comune e umanissima: non c’è nulla di “sbagliato” nel sentirsi confusi quando due figure mediche esperte indicano strade differenti.

Cerco di riassumere il suo percorso. Nel 2020 le è stata diagnosticata una depressione con disturbo da attacchi di panico (DAP), ed è stata curata con paroxetina (Daparox), titolata molto gradualmente fino a 20 mg, con un iniziale peggioramento della sintomatologia ansiosa (come spesso avviene), seguito però da un buon effetto terapeutico. Dopo due anni, su indicazione della sua psichiatra, ha cominciato un lento scalaggio, fermandosi a lungo a 5 gocce, sentendosi più sicura così. Dopo la sospensione completa ha avuto una ricaduta dell’ansia, in particolare con somatizzazioni (capogiri), e ora si trova davanti a due proposte: riprendere la paroxetina (come suggerisce il primo specialista) oppure iniziare la sertralina, proposta dal nuovo psichiatra, che parla di “overthinking” su base depressiva.

La sua domanda principale è se sia meglio riprendere il farmaco che ha già funzionato (Daparox) o iniziare con la nuova molecola (Sertralina). A questo si aggiunge un interrogativo molto importante: perché ha avuto una ricaduta se la diagnosi era “guarigione”?

Parto da quest’ultima riflessione, che è centrale. In psichiatria, parlare di “guarigione” è sempre un atto complesso. Spesso intendiamo “remissione sintomatica” piuttosto che una vera e propria guarigione definitiva. Le malattie dell’umore e dell’ansia sono condizioni che hanno un’alta probabilità di recidiva, soprattutto se la sospensione del farmaco avviene troppo presto o in modo non graduale. In molti casi, il primo episodio viene trattato per 1 o 2 anni, ma in presenza di più episodi, la durata della terapia si prolunga (3-5 anni o anche più) e, per alcuni pazienti, si valuta una terapia di mantenimento a lungo termine, soprattutto se c’è una vulnerabilità di fondo. Inoltre, non è solo il tempo che conta, ma anche quanto “robusto” sia stato il recupero funzionale: il fatto che lei sia rimasta a 5 gocce per quasi un anno è già un segnale che psicologicamente avvertiva un bisogno di tenere un “appiglio”, il che va ascoltato.

Quanto alla scelta del farmaco: sia la paroxetina che la sertralina sono SSRI, quindi molecole simili per meccanismo d’azione, ma con alcune differenze cliniche. La paroxetina tende ad essere più sedativa e utile nei quadri con forte componente ansiosa e fobica (attacchi di panico, ansia generalizzata, somatizzazioni), ma è più difficile da sospendere (come lei ha vissuto). La sertralina è in genere più “attivante”, tollerata bene sotto i 50 mg, e può essere utile in quadri con pensiero ripetitivo (ruminazione, overthinking) e sintomi depressivi “freddi” (apatia, perdita di motivazione). Ha in genere meno effetti collaterali sessuali e un profilo più “neutro”, ma nelle persone molto sensibili può inizialmente aumentare l’ansia se non gestita bene.

Dal mio punto di vista clinico, entrambe le opzioni sono valide, ma la scelta va fatta considerando due cose: il suo vissuto personale con la paroxetina (che ha funzionato bene alla fine) e la possibilità di affrontare ora un nuovo trattamento con maggiore consapevolezza, grazie anche alla psicoterapia già in corso.

Nella mia pratica clinica, quando un paziente ha già avuto una buona risposta a un determinato farmaco, e in particolare se esprime timore verso cambiamenti o verso effetti collaterali potenziali legati a molecole mai provate prima, tendo – come raccomandato anche dalle principali linee guida internazionali per la cura dei disturbi depressivi – a privilegiare la ripresa della stessa molecola già utilizzata con successo, a meno che nel frattempo non siano emerse controindicazioni mediche, effetti collaterali non tollerati o una perdita di efficacia nel tempo. La sicurezza e la prevedibilità della risposta farmacologica rappresentano un valore importante, soprattutto in quadri clinici come il suo, in cui la sensibilità individuale è molto alta.

Nel suo caso specifico, quindi, una strada che valuterei con attenzione è la ripresa della paroxetina, magari a un dosaggio iniziale più contenuto (ad esempio 10 mg), che potrebbe aiutarla a riacquisire stabilità senza rischiare un impatto eccessivo. In seguito, si potrà sempre discutere, con calma e su basi più solide, se passare eventualmente a una molecola diversa come la sertralina, qualora si ritenesse che offra vantaggi sul lungo termine o una migliore tollerabilità. In alternativa, se decide di iniziare con la sertralina, suggerirei comunque un avvio molto graduale (25 mg) e, se necessario, l’eventuale supporto di un ansiolitico per le prime settimane, così da affrontare l’inizio della cura con maggiore serenità.

Sono convinto che una scelta condivisa, che tenga conto della sua esperienza e delle sue paure, sia sempre la più efficace sul lungo periodo.

Spero davvero di averle dato elementi utili per orientarsi in questa scelta non semplice. Non esiste una risposta “giusta” in assoluto, ma solo quella che meglio si adatta alla sua storia, ai suoi sintomi e alla sua sensibilità.
Le auguro  di trovare presto un nuovo equilibrio.

Cordiali saluti,
Federico Baranzini

Susanna answered 8 mesi ago

Buongiorno,

innanzitutto la ringrazio per la risposta molto professionale e molto empatica.

Approfitto della sua gentilezza per una “provocazione”:

Se, come mi sembra di aver capito, per alcune patologie non si può parlare di una effettiva guarigione, non sentendomi io “depressa” ma semplicemente “sfinita” dalle somatizzazioni ansiose, non sarebbe preferibile utilizzare un ansiolitico, in dosaggi minimi, per far tacere i sintomi e riprendere in mano una quotidianità che magari, in abbinamento alla psicoterapia, potrebbe rimettere tutto sulla corretta strada? Senza effetti collaterali iniziali, con effetti immediati e senza la prospettiva di una cura “a vita”.

Spero di non avere abusato della sua cordialità e di poter aiutare con le mie richieste anche altri che siano nelle mie condizioni.

Cordialmente ringrazio e saluto.