Il Mio Percorso con l’Ansia: Una Lotta Quotidiana tra Sintomi Fisici e Paure
Il mio percorso con l’ansia, abbastanza invalidante, inizia verso aprile 2019, poco dopo la mia festa di laurea.
Più precisamente, al pranzo di laurea con i parenti stavo mangiando l’antipasto quando, all’improvviso, è partito un segnale di allarme che mi ha fatto scappare in bagno. Non è stato un attacco di panico, ma sentivo un forte senso di pericolo nel perdere il controllo (vomitare in primis) davanti a tutte quelle persone. A partire da questo episodio, soprattutto mangiando fuori casa, è iniziato a capitare più spesso un senso di nausea, difficoltà e paura di mangiare; in certe occasioni tornava questo senso di pericolo e “panico senza panico” che mi faceva alzare da tavola e fuggire in bagno. Ribadisco che non reputo queste esperienze veri e propri attacchi di panico, in quanto non sentivo il cuore battere all’impazzata, non andavo corto di fiato; era una sorta di perdita di controllo delle sensazioni che mi costringevano a fuggire, come se il corpo e la testa mi avvisassero di un pericolo imminente.
Nel giro di qualche mese si sono susseguiti una serie di episodi come descritti che hanno peggiorato la situazione, fino a una situazione cronica. Contestualmente all’insorgere di questi episodi, ho iniziato a manifestare una somatizzazione a livello di stomaco che è diventata cronica, nel senso che, bene o male, la sento sempre. Si può riassumere come dispepsia, gonfiore di stomaco, pienezza precoce, perdita di appetito, tensione gastrica, un po’ di gastrite ma non reflusso, difficoltà apparente a digerire. L’insorgere di questo sintomo mi ha messo in estrema difficoltà, soprattutto per la mia quasi fobia del vomito. Ho iniziato a fare dei controlli che ovviamente non hanno evidenziato cause patologiche.
A giugno 2019 ho iniziato un percorso di psicoterapia, e una delle mie prime uscite è stata: “Alla morte di mio padre, dopo 10 mesi di malattia, non ho sentito praticamente niente”. Era chiaro come io avessi soppresso tutta una serie di emozioni per paura di stare male, paura del giudizio degli altri (che mi vedessero piangere e stare male per mio padre) e in generale per superare il momento difficile. Con calma ho sbloccato l’emotivo e qualcosa è uscito; ho iniziato a prendere consapevolezza su tante cose che avevo lasciato indietro, tenendo in considerazione che il sintomo era la manifestazione di altre problematiche. Il problema è che il sintomo fisico allo stomaco e le reazioni che mi suscitava mangiare fuori o con altre persone non sono mai cambiati; io mi sono adattato e, piano piano, ho iniziato ad affrontare situazioni scomode, ma mai senza un cambiamento effettivo.
In passato, nel 2014, ci sono stati due episodi simili a quelli descritti dopo la laurea: in pizzeria, mentre mangiavo, ricordo di aver avuto il bisogno improvviso di scappare in bagno; ad una festa, mentre stavo bevendo della birra, ho avvertito un’improvvisa sensazione di pericolo e panico (senza panico) e sono scappato fuori. Da questi due episodi ravvicinati avevo deciso di non bere più superalcolici per timore che mi portassero a vomitare e, infatti, quando provavo a bere mi veniva disgusto e sentivo la gola chiudersi.
Da due mesi ho iniziato un percorso di “Terapia Breve Strategica”, ma sento di fare fatica perché non trovo un bersaglio a cui puntare; mi sembra di non aver posto l’attenzione nel giusto percorso. La mia difficoltà è che sento la sensazione di avere paura o andare nel panico, ma senza effettivamente provare i principali sintomi. Oltre alla solita somatizzazione di stomaco, sento principalmente la testa che sbanda e il desiderio di fuggire in bagno prima di stare male. Queste sensazioni si accentuano notevolmente in base a quante persone ci sono e quante vie di fuga sono disponibili.
Un sintomo nuovo è sopraggiunto negli ultimi mesi: in certi momenti, soprattutto quando resisto al desiderio di mollare tutto e scappare in bagno o fuori, ma anche da solo, mi capita di sentire, a livello viscerale, un effetto-caduta tipo quello delle giostre, come se l’adrenalina mi passasse nelle budella per un attimo e si muovesse tutto.
Vorrei precisare che, nonostante tutto, faccio comunque i miei affari, solo che lo faccio con la paura che mi perseguita, alimentata da pensieri e sintomi. Lavoro da quasi due anni in un ufficio, mangio fuori quando capita e mi metto in situazioni agorafobiche. Qualcuno che ha avuto esperienze simili saprebbe darmi un aiuto in più, anche solo a dare un nome?
Buongiorno Giulio,
è evidente quanta consapevolezza abbia maturato in questi anni di sofferenza e ricerca, e quanto sia stato e continui ad essere coraggioso nel non sottrarsi alle situazioni difficili, nonostante il peso dell’ansia, della somatizzazione e della paura del panico.
Provo a riassumere quanto mi ha scritto. Lei soffre da circa sei anni di un disturbo a forte matrice ansiosa che si manifesta con episodi acuti di malessere fisico, in particolare nausea, tensione addominale, senso di pienezza gastrica, innescati soprattutto in situazioni sociali o conviviali. Questi sintomi non evolvono in un attacco di panico classico, ma sono accompagnati da una percezione soggettiva di pericolo imminente, di perdita di controllo e dalla necessità impellente di fuggire. Nel tempo si è sviluppata una vera e propria ansia anticipatoria legata al contesto del cibo e della socialità, associata a una fobia del vomito (emetofobia) e a tratti agorafobici (paura dei luoghi da cui è difficile uscire o dove sarebbe imbarazzante avere un malessere).
Contestualmente, emerge un quadro di somatizzazione cronica a livello gastrointestinale, non giustificata da una patologia organica. In passato ci sono stati episodi simili (nel 2014), e il tutto si è inasprito nel periodo post-laurea, in coincidenza con una probabile fase di crollo dopo uno sforzo prolungato, e sullo sfondo, un lutto importante non elaborato (la morte di suo padre), su cui lei stesso ha fatto luce in psicoterapia.
Attualmente è in terapia breve strategica da due mesi, ma fatica a trovare un “bersaglio clinico” ben definito. Da poco ha notato un sintomo nuovo: una sorta di “caduta viscerale” come una scarica adrenalinica, avvertita soprattutto nei momenti di resistenza all’impulso di fuggire.
Da quanto descrive, Giulio, mi trovo di fronte a un quadro molto tipico che potrei descrivere come di disturbo d’ansia con tratti fobici e somatizzazione gastrointestinale, con una componente fobica situazionale (paura del vomito, del cibo fuori casa, della figura sociale) e tratti evitanti. Il fatto che lei non parli di veri e propri attacchi di panico ma di una forma di “panico senza panico” è molto significativo: in effetti, in alcuni pazienti l’ansia non si manifesta con tachicardia e iperventilazione, ma con sintomi somatici viscerali, stati alterati di coscienza leggera, nausea, vertigini “cognitive” (cioè disorientamento) e sensazione di perdita di controllo.
Il fatto che tutto questo si manifesti soprattutto in situazioni con presenza di altri, impossibilità di uscire, e cibo coinvolto, rende molto probabile una componente di fobia sociale atipica con tratti agorafobici ed emetofobia, che nella mia pratica clinica ho osservato più volte. In alcuni casi, questi quadri si sviluppano dopo eventi stressanti in cui il corpo “salva la vita” emotiva con un allarme esagerato, come può essere stato il pranzo di laurea, dove forse si sono intrecciate la paura di non essere all’altezza, l’esposizione pubblica e una profonda fatica emotiva ancora non consapevole.
Ovviamente ci tengo a sottolineare che per una diagnosi vera e prorpia dovrebbe affidarsiad o uno psichiatra e che le mie sono solo suggestioni descrittive a partire da quanto descritto da lei e non possono essere intese come diagnosi formali.
Il sintomo della “caduta viscerale” che ha iniziato ad avvertire potrebbe essere l’esito di un rilascio adrenergico “paradossale”, tipico nei soggetti che trattengono fortemente le emozioni e lo stress corporeo, e che stanno imparando, anche grazie alla terapia, a non scappare. Il corpo, abituato per anni a reagire in fuga, ora inizia a metabolizzare in modo nuovo lo stimolo ansioso, ed è normale che compaiano sensazioni nuove, magari disturbanti ma in realtà indice di un cambiamento.
La terapia breve strategica, se ben condotta, può essere uno strumento valido, ma nel suo caso forse richiederebbe di essere integrata o ricalibrata. Non perché sia inadatta, ma perché lei non ha bisogno solo di strategie per “bloccare il sintomo”, ma anche di leggere la sua storia, dare significato al suo corpo e rimettere in circolo emozioni e bisogni profondi. A volte, queste condizioni beneficiano di una psicoterapia a orientamento psicodinamico o anche di un approccio integrato. In certi casi, se l’ansia somatica è così persistente e invalidante, anche un intervento farmacologico mirato (ad esempio un SSRI ben tollerato) può aiutare a ridurre la base ansiosa e permettere alla psicoterapia di agire più in profondità.
Nella mia esperienza, pazienti con un profilo simile al suo hanno trovato sollievo quando si è riusciti a legittimare la paura, senza giudicarla, e si è lavorato su un duplice fronte: corporeo (riabilitare lo stomaco, la tavola, il piacere) e psicologico (dare parola a tutto ciò che è stato trattenuto). Il fatto che lei riesca comunque a lavorare, mangiare fuori, mettersi in situazioni difficili, è un segnale molto positivo, ma anche un indicatore di quanto si stia sforzando senza ancora ricevere pieno sollievo.
Per concludere, Giulio, la sua condizione ha un nome, anche se più che un’etichetta netta, è un quadro sfumato tra disturbo d’ansia sociale atipico, emetofobia e somatizzazione funzionale. Il punto non è tanto trovare il “nome giusto”, quanto riconoscere che ciò che sente ha una spiegazione e può avere una cura efficace, se affrontato con strumenti adatti e con un’alleanza terapeutica ben costruita.
Mi auguro davvero che queste parole possano aiutarla a sentirsi un po’ meno solo in questa esperienza e più fiducioso che si possa uscirne, non solo “facendo le cose lo stesso”, ma recuperando piacere, leggerezza e fiducia nel suo corpo.
Cordiali saluti,
Federico Baranzini
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