Come aiutare un familiare che ha bisogno d’aiuto ma ha paura di chiederlo?

Come aiutare un familiare che ha bisogno d’aiuto ma ha paura di chiederlo?

Forum Domande & RisposteCategoria: Disturbi d'Ansia e Attacchi di PanicoCome aiutare un familiare che ha bisogno d’aiuto ma ha paura di chiederlo?
Antonio asked 10 mesi ago
Da anni mi prendo cura di mia sorella che soffre di depressione, ansia invalidante e agorafobia.Da alcuni mesi sta manifestando paura a restare da sola in casa anche per pochi minuti per paura di stare male. Ha in pratica paura di ogni cosa o meglio degli effetti che ogni cosa può produrre sul suo equilibrio psico-fisico.Una sorta di ansia preventiva che blocca ogni attività.Come posso aiutarla?Sto provando a convincerla a intraprendere una psicoterapia, ma temo che il livello di ansia sia troppo elevato per affrontare un colloquio con un estraneo.Non so come aiutarla, ma devo aiutarla.

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1 Risposte
dr Federico Baranzini Staff answered 8 mesi ago

Buongiorno Antonio,

il tema che porta è molto complesso e meriterebbe approfondimenti che vanno oltre questa sede. Non avendo tra l'altro a disposizione alcune informazioni quali l'età di sua sorella, la presenza di diagnosi preesistenti in infanzia o adolescenza, precedenti cure, l'occorrenza di traumatismi  o disabilità fisiche o psichiche, risulta difficile inquadrare la situazione.

Posso però darle alcuni suggerimenti e far qualche considerazione generale premettendo doverosamente che quanto segue non si riferisce al suo caso che come detto non conosco ma il suo contributo è motivo per poter esplicitare alcuni concetti che reputo utili. Ovviamente sarà lei a misurare, o "tarare", quanto letto sulla vostra storia.

Come premessa intanto posso dirle che nella mia esperienza clinica i casi che ho incontrato simili a quello da lei descritto avevano tutti una lunga storia alle spalle: difficoltà del paziente e della famiglia insorte da anni a volte fin dall'adolescenza. Molti di questi casi li ho potuti osservare durante il mio servizio in clinica psichiatrica o in comunità. Questo per dire che quando questi casi arrivano all'osservazione del clinico sono già passati anni dall'esordio e spesso le risorse disponibili del paziente e della famiglia (estenuata da anni di convivenza) e le "leve" terapeutiche sono molto ridotte.

Una seconda considerazione legata alla precedente riguarda l'atteggiamento del contesto familiare: spesso collusivo e invischiato nelle dinamiche relazionali malate instaurate da vecchia data con il paziente. Spesso queste famiglie rispondono ai canoni della tipica famiglia disfunzionale secondo la teoria e clinica sistemico familiare. In questi contesti spesso un membro della famiglia diviene portatore di segni e sintomi patologici a nome e rappresentanza di tutta la famiglia o contesto. Il cosiddetto "paziente designato". 
In un contesto disfunzionale, ci sono spesso modelli di comportamento e di comunicazione che perpetuano tensioni, conflitti e problemi.

Un tipico contesto di famiglia disfunzionale potrebbe includere alcune delle seguenti caratteristiche:

  1. Comunicazione negativa: Invece di risolvere problemi, la comunicazione porta a più conflitti o a distacco emotivo. Ci potrebbe essere molta critica, sarcasmo, rabbia non espressa o silenzi ostili.
  2. Limiti poco chiari: Le barriere tra i membri della famiglia sono confuse. Ad esempio, un genitore potrebbe dipendere eccessivamente da un figlio per sostegno emotivo, o i figli potrebbero avere troppa autonomia senza una guida adeguata.
  3. Ruoli rigidi: I membri della famiglia potrebbero avere ruoli fissi e stereotipati, come "il paziente", "il ribelle" o "il pacificatore".
  4. Dipendenza o codependenza: I membri della famiglia potrebbero avere problemi di dipendenza (da sostanze, gioco d'azzardo, ecc.) e gli altri potrebbero adottare comportamenti codependenti, cercando di "salvare" il membro dipendente.
  5. Negazione: I membri della famiglia potrebbero negare che ci siano problemi, pur essendo chiaramente presenti tensioni o disfunzioni.
  6. Isolamento: La famiglia potrebbe isolarsi dalla comunità esterna o scongiurare i membri dal cercare aiuto esterno.

Riguardo al paziente designato, nella teoria e clinica sistemico-familiare, questo termine si riferisce al membro della famiglia che viene identificato (spesso implicitamente) come "il problema" o come colui che manifesta i sintomi della disfunzione familiare. Tuttavia, anziché vedere il paziente designato come l'unico con un problema, la terapia sistemica vede il sintomo come una manifestazione della disfunzione dell'intero sistema familiare. Il paziente designato potrebbe, ad esempio, sviluppare sintomi come depressione, ansia o comportamenti ribelli come un modo per esprimere il malessere o la tensione dell'intera famiglia.

Alla luce di queste considerazioni, un approccio che potrebbe tornare efficace è la messa in discussione anche di altri membri e la co-partecipazione alle cure. Ha pensato di proporre degli incontri esplorativi con sua sorella e non solo "per" sua sorella?

Agli inizi in alcuni casi è necessario ricorrere a visite domiciliari o online che col tempo se scatta qualcosa con il terapeuta potranno trasformarsi in sedute presso lo studio dello specialista. PS: le consiglio di non affidarsi però ad un terapeuta lontano logisticamente dalla vostra abitazione.

Se crede e vuole ci aggiorni.
Un cordiale saluto

Federico Baranzini

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