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La depressione è causata da uno squilibrio chimico o è genetica?

Il cervello umano è estremamente complicato. Poiché gli antidepressivi funzionano cambiando la chimica del cervello, alcuni studiosi hanno supposto che la depressione sia causata da cambiamenti nella chimica del cervello che vengono poi ‘corretti’ dai farmaci.

Ma le prove di questo supposto squilibrio non sono definitive e se si verificano cambiamenti nella chimica del cervello, ancora oggi non si sa se questi cambiamenti chimici sono il risultato della depressione o la sua causa.

Anche se non sono stati identificati geni specifici per la depressione, la ricerca ha dimostrato che se hai un familiare stretto con la depressione o che ne ha sofferto in passato allora è più probabile che tu stesso possa sperimentarla nella tua vita.

Se è vero che questo potrebbe essere causato dalla nostra biologia, dall’altra parte è vero che questa correlazione familiare potrebbe anche essere dovuta al fatto che di solito impariamo comportamenti e modi di far fronte dalle persone che vivono intorno a noi durante l’infanzia.

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2 Comments

  • Simone

    Salve dottore, ma quindi la prescrizione di antidepressivi serotoninergici su cosa si basa? Nel senso, prendiamo un paziente al quale vengono confermati sintomi depressivi dal medico (e questi vengono confermati già in partenza non da un esame oggettivo sul cervello ma dalla sua descrizione dei sintomi). Se questo paziente non è sicuro di avere squilibri chimici nel cervello (perché come ha scritto nell’articolo “le prove di questo supposto squilibrio non sono definitive”), allora su che base gli vengono prescritti questi farmaci che invece vanno ad agire miratamente su neurotrasmettitori (SSRI, SNRI, ecc.) ?

    • dr Federico Baranzini

      Buongiorno Simone,

      la sua è una domanda molto sensata e la ringrazio, perché va esattamente al cuore del tema.

      Ha ragione su un punto fondamentale: oggi non esiste un esame oggettivo che dimostri uno “squilibrio chimico” nel cervello di una persona depressa. La depressione viene diagnosticata attraverso il colloquio clinico, l’ascolto dei sintomi, della loro durata e dell’impatto sulla vita quotidiana. Questo è il punto di partenza, e non viene nascosto.

      Ed è corretto anche ciò che ha colto dall’articolo: la vecchia idea per cui “la depressione = poca serotonina” è una semplificazione, utile forse a livello divulgativo, ma scientificamente incompleta.

      A questo punto la domanda è più che legittima: se non sappiamo con certezza che esiste uno squilibrio chimico, perché utilizzare farmaci che agiscono sui neurotrasmettitori?

      La risposta è che in medicina – e non solo in psichiatria – non sempre si cura una causa dimostrata in modo diretto, ma si interviene su meccanismi che sappiamo essere coinvolti nel problema. Gli antidepressivi non vengono prescritti perché si “misura” un deficit di serotonina, ma perché sappiamo che, in una parte delle persone, modulare alcuni sistemi cerebrali porta a un miglioramento dei sintomi.

      Inoltre, oggi è chiaro che questi farmaci non agiscono solo sulla serotonina: nel tempo influenzano la plasticità del cervello, i circuiti che regolano l’umore e l’ansia, la risposta allo stress e anche alcuni processi infiammatori. La serotonina rappresenta quindi più una “porta di accesso” che l’unico bersaglio dell’azione farmacologica.

      Questo spiega anche perché non tutti rispondono allo stesso modo agli antidepressivi e perché una prescrizione corretta non dovrebbe mai essere automatica, ma inserita in un ragionamento più ampio che tenga conto della persona, della sua storia, del contesto di vita e, quando possibile, anche della psicoterapia.

      Quindi gli antidepressivi non si basano su una certezza assoluta, ma su evidenze cliniche, modelli biologici plausibili e un approccio pragmatico. Il punto centrale non è “credere” o meno nello squilibrio chimico, ma valutare se, in quel momento e per quella persona, quel tipo di intervento abbia senso e proporzione rispetto alla sofferenza vissuta.

      Un cordiale saluto e grazie per il suo contributo alla discussione.

      Federico Baranzini

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