
Corso di Alta Formazione ADHD nell’Adulto: dalla diagnosi alla gestione clinica integrata- Maggio 2026
Nel mese di maggio ho partecipato alla quarta edizione del corso di alta formazione “ADHD in Età Adulta: dalla diagnosi alla gestione clinica integrata”, organizzato da RITA – Rete Italiana ADHD e tenuto dal Dr. Vito Pinzone e dalla Dr.ssa Valentina Maria Piras. Il percorso formativo, articolato in quattro moduli e accreditato ECM, rappresenta attualmente uno dei principali programmi italiani dedicati alla valutazione e al trattamento dell’ADHD nell’adulto.
La partecipazione a questo corso si inserisce nel mio percorso di aggiornamento professionale finalizzato anche all’abilitazione alla prescrizione dei farmaci psicostimolanti per l’ADHD dell’adulto, un ambito clinico che negli ultimi anni sta assumendo crescente rilevanza nella pratica psichiatrica.
Perché oggi si parla così tanto di ADHD nell’adulto?
Uno dei primi aspetti affrontati durante il corso riguarda una domanda che molti pazienti mi pongono in studio: “Come mai oggi sembra che tutti abbiano l’ADHD?”
La risposta emersa dalle lezioni è molto diversa da quella proposta da certa divulgazione superficiale. L’impressione di un aumento esplosivo dei casi non dipende necessariamente da una vera crescita della prevalenza, quanto piuttosto da una migliore capacità diagnostica e da una maggiore consapevolezza clinica. Secondo i dati presentati, l’ADHD nell’adulto continua a essere largamente sottodiagnosticato e sottotrattato, con un’età media della prima diagnosi che si colloca intorno ai 30 anni.
Molti adulti arrivano infatti alla valutazione specialistica dopo anni di difficoltà scolastiche, lavorative, relazionali o emotive mai comprese fino in fondo.
L’ADHD non è solo un problema di attenzione
Uno dei messaggi più importanti del corso riguarda l’evoluzione del concetto stesso di ADHD.
Oggi sappiamo che non si tratta semplicemente di un disturbo dell’attenzione o di una forma di iperattività infantile che scompare crescendo. Il DSM-5 ha definitivamente riconosciuto l’ADHD come una condizione che può persistere lungo tutto l’arco della vita, modificando la propria espressione clinica con il passare degli anni.
Nell’adulto l’iperattività motoria tende spesso a ridursi, mentre possono diventare predominanti:
- difficoltà organizzative;
- procrastinazione;
- impulsività decisionale;
- disregolazione emotiva;
- problemi nella gestione del tempo;
- instabilità lavorativa e relazionale.
In altre parole, l’ADHD adulto raramente assomiglia allo stereotipo del “bambino che non sta fermo”.
Un disturbo che impatta profondamente sulla qualità di vita
Particolarmente interessante è stata la discussione sulle conseguenze funzionali dell’ADHD.
Le ricerche presentate mostrano come la sindrome possa influenzare numerose aree della vita quotidiana:
- rendimento scolastico e universitario;
- carriera professionale;
- gestione delle finanze;
- relazioni affettive;
- qualità del sonno;
- rischio di incidenti;
- uso di sostanze;
- salute fisica e mentale.
Uno degli aspetti che mi ha maggiormente colpito riguarda il concetto di compromissione funzionale. I sintomi da soli non bastano per formulare una diagnosi: ciò che conta realmente è quanto questi sintomi interferiscano con la vita della persona.
ADHD e comorbidità: il grande tema della diagnosi differenziale
Nella pratica clinica l’ADHD raramente si presenta da solo.
Il corso ha dedicato ampio spazio alle principali comorbidità, evidenziando come molti pazienti ricevano inizialmente diagnosi di:
- disturbo d’ansia;
- depressione;
- disturbo bipolare;
- disturbi di personalità;
- disturbi correlati all’uso di sostanze.
Ansia e depressione risultano particolarmente frequenti, tanto da poter talvolta mascherare il quadro ADHD sottostante.
Questo rappresenta uno dei motivi per cui la valutazione diagnostica richiede un approccio approfondito e multidimensionale.
Le donne con ADHD: una diagnosi spesso mancata
Uno dei temi più interessanti è stato quello delle differenze di genere.
Storicamente l’ADHD è stato studiato prevalentemente nei maschi, contribuendo a creare uno stereotipo diagnostico centrato sull’iperattività e sui comportamenti esternalizzanti.
Nelle donne, invece, prevalgono spesso:
- disattenzione;
- ansia;
- sintomi depressivi;
- difficoltà organizzative;
- sovraccarico mentale.
Per questo motivo molte pazienti ricevono la diagnosi molto più tardi rispetto agli uomini oppure vengono inizialmente inquadrate esclusivamente come ansiose o depresse.
Si tratta di un tema di grande attualità e che sta modificando profondamente la pratica clinica.
Cosa sappiamo oggi del cervello ADHD?
La parte neurobiologica del corso è stata particolarmente approfondita.
Un messaggio importante emerso dalle lezioni è che l’ADHD non può essere ridotto alla semplificazione “manca dopamina”. Il quadro è molto più complesso e coinvolge una disregolazione dei sistemi dopaminergici e noradrenergici che interessano differenti circuiti cerebrali.
Le ricerche di neuroimaging mostrano alterazioni funzionali nei circuiti fronto-striatali, nelle reti attentive e nei sistemi di ricompensa, con conseguenze su:
- attenzione sostenuta;
- controllo inibitorio;
- motivazione;
- regolazione emotiva;
- gestione delle ricompense.
Si tratta quindi di un disturbo neurobiologico complesso, eterogeneo e multidimensionale.
Verso una cura realmente integrata
Uno degli aspetti che ho maggiormente apprezzato del corso è stata l’enfasi sul modello integrato di trattamento.
L’ADHD non si cura esclusivamente con i farmaci, così come difficilmente può essere affrontato soltanto con la psicoterapia.
L’approccio attualmente raccomandato combina:
- psicoeducazione;
- trattamento farmacologico quando indicato;
- psicoterapia ADHD-focused;
- coaching e interventi sulle abilità organizzative;
- gestione delle comorbidità;
- interventi sullo stile di vita e sul sonno.
È una visione che rispecchia molto anche il mio modo di intendere la pratica clinica: costruire percorsi personalizzati, evitando sia il riduzionismo biologico sia quello esclusivamente psicologico.
Cosa porto a casa da questa esperienza formativa
Negli ultimi anni l’ADHD dell’adulto è passato dall’essere una diagnosi relativamente rara a rappresentare una delle aree più dinamiche della psichiatria contemporanea.
La sfida non è “diagnosticare più ADHD”, ma riconoscere correttamente quei pazienti che per anni hanno convissuto con difficoltà significative senza riuscire a comprenderne l’origine.
Il corso ha confermato quanto sia importante una valutazione accurata, basata su criteri diagnostici rigorosi e su una lettura complessiva della persona.
Per chi lavora in ambito psichiatrico, comprendere meglio l’ADHD adulto significa spesso riuscire a dare finalmente una spiegazione coerente a storie cliniche caratterizzate da ansia, depressione, instabilità lavorativa, difficoltà relazionali o cronica sensazione di “non riuscire a esprimere il proprio potenziale”.
Ed è probabilmente proprio questo il contributo più importante che una diagnosi corretta può offrire: non un’etichetta, ma una nuova chiave di lettura della propria storia personale.
XXVII Congresso Nazionale della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia SINPF – Ricerca, innovazioni biotecnologiche e nuovi approcci neuropsicofarmacologici nel trattamento dei disturbi mentali – MILANO, 28-29-30 gennaio 2026
Dal 28 al 30 gennaio 2026 ho partecipato a Milano al XXVII Congresso Nazionale della Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia (SINPF), quest’anno dedicato a un tema particolarmente stimolante: “Ricerca, innovazioni biotecnologiche e nuovi approcci neuropsicofarmacologici nel trattamento dei disturbi mentali”.
È stato un congresso che ha confermato una sensazione sempre più evidente negli ultimi anni: la psichiatria sta attraversando una fase di profonda trasformazione. Accanto ai farmaci tradizionali stanno emergendo nuove molecole, nuove strategie terapeutiche e persino nuove concezioni biologiche della malattia mentale che fino a pochi anni fa sembravano appartenere più alla ricerca sperimentale che alla pratica clinica.
Come ogni anno, ho selezionato le sessioni più vicine ai temi che incontro quotidianamente nel mio lavoro di psichiatra e psicoterapeuta.

Insonnia: tra benzodiazepine e nuove terapie
Uno dei temi più discussi è stato il trattamento dell’insonnia.
La lettura inaugurale di Giovanni Biggio ha ricordato come le benzodiazepine mantengano ancora oggi un ruolo clinico importante quando utilizzate correttamente e per periodi limitati, nonostante i ben noti rischi di tolleranza e dipendenza.
Grande attenzione è stata poi dedicata a daridorexant, uno dei farmaci più innovativi oggi disponibili per l’insonnia cronica. Appartenente alla classe degli antagonisti dell’orexina, agisce in modo diverso rispetto ai tradizionali ipnotici, modulando i sistemi cerebrali che mantengono lo stato di veglia. Le evidenze presentate confermano un crescente interesse sia nella ricerca sia nella pratica clinica.
Litio: un farmaco storico che continua a sorprendere
Tra le letture plenarie più interessanti vi è stata quella di Bernardo Dell’Osso sul litio.
Oltre alla consolidata efficacia nel disturbo bipolare, stanno emergendo dati che suggeriscono possibili proprietà neuroprotettive, antinfiammatorie e persino potenzialmente preventive nei confronti del declino cognitivo.
Si tratta di un filone di ricerca ancora aperto, ma che potrebbe ampliare ulteriormente il ruolo clinico di uno dei farmaci più importanti della psichiatria moderna.
Psilocibina: dalla ricerca psichedelica alle possibili applicazioni cliniche
Uno degli argomenti più innovativi del congresso è stato il ritorno della ricerca sugli psichedelici.
La professoressa Trisha Suppes della Stanford University ha presentato gli studi più recenti sulla psilocibina nei disturbi depressivi e bipolari, mentre una sessione dedicata al DOC ha esplorato le possibili applicazioni di questa sostanza nel disturbo ossessivo-compulsivo.
Siamo ancora nell’ambito della ricerca sperimentale, ma i risultati preliminari suggeriscono possibili benefici nei casi più resistenti ai trattamenti convenzionali.
Disturbo Ossessivo-Compulsivo e medicina personalizzata
Il congresso ha dedicato ampio spazio al DOC e ai disturbi d’ansia.
Particolarmente interessante è stato il concetto di psicofarmacologia personalizzata: pazienti con la stessa diagnosi possono avere caratteristiche biologiche e cliniche molto diverse e richiedere strategie terapeutiche differenti.
Sono stati discussi il possibile ruolo degli stabilizzatori dell’umore in alcuni sottogruppi di pazienti con DOC e le nuove associazioni tra sintomi ossessivi e uso problematico di internet e dei social media, un fenomeno sempre più frequente soprattutto nelle generazioni più giovani.
Depressione resistente: nuove strategie terapeutiche
Un altro tema centrale è stata la depressione resistente.
Accanto ai trattamenti tradizionali, sono state presentate strategie innovative che coinvolgono:
- processi infiammatori e loro possibile modulazione farmacologica;
- tossina botulinica come trattamento sperimentale;
- integrazione tra farmaci e tecniche di neuromodulazione.
Particolare attenzione è stata dedicata all’esketamina, che continua a mostrare risultati promettenti nella depressione resistente e nella rapida riduzione dell’ideazione suicidaria. Si è inoltre discusso delle possibili sinergie tra esketamina e stimolazione magnetica transcranica (TMS).
Nutraceutica, microbiota e vitamina D
Una sessione molto seguita ha affrontato il rapporto tra metabolismo e salute mentale.
Le ricerche più recenti suggeriscono che alterazioni del microbiota intestinale, carenze di vitamina D e altri fattori metabolici possano influenzare l’andamento di diversi disturbi psichiatrici, inclusi depressione e DOC.
GLP-1: i farmaci dell’obesità che interessano la psichiatria
Non si tratta di sostituire le cure tradizionali con integratori o probiotici, ma di comprendere meglio come il cervello interagisca con il resto dell’organismo.
Probabilmente la novità più sorprendente del congresso riguarda gli agonisti del recettore GLP-1, oggi utilizzati soprattutto per obesità e diabete.
Le evidenze presentate suggeriscono possibili effetti favorevoli non solo sul peso corporeo ma anche su sintomi depressivi, funzioni cognitive e alcuni aspetti delle patologie psicotiche.
Siamo ancora agli inizi, ma potrebbe trattarsi di una delle aree più promettenti della neuropsicofarmacologia dei prossimi anni.
Cosa porto a casa da questo congresso
Il messaggio che emerge dal SINPF 2026 è che la psichiatria sta diventando sempre più integrata e personalizzata.
Sonno, metabolismo, infiammazione, microbiota, neuroplasticità e psicoterapia non vengono più considerati aspetti separati, ma parti di un unico sistema complesso.
Molte delle novità presentate richiederanno ancora anni di studio prima di entrare stabilmente nella pratica clinica. Tuttavia è evidente che stiamo assistendo a una fase di profondo cambiamento, con nuove opportunità terapeutiche che potrebbero migliorare significativamente la qualità delle cure offerte ai pazienti nei prossimi anni.


